Cesare Battisti Catturato ed estradato

Una semplice analisi in un contesto difficile.

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Cesare Battisti è stato catturato in Bolivia ed estradato in Italia per scontare la sua pena.

Dopo un’accoglimento spettacolare in streaming capitanato da Salvini, che si sta prendendo tutti i meriti per la cattura dopo una latitanza (ed asilo politico) durata ormai 40 anni, il popolino misero ha esultato in ogni dove scagliando le loro pietre virtuali sui social network italiani.

Tra chi augurava la morte a Cesare Battisti e chi si congratulava con Salvini per l’impresa, scorrendo le bacheche, i post e i commenti ai post di Facebook forse uno ogni mille denotavano di avere coscienza della storia e dei fatti che hanno visto Battisti da semplice delinquentello appartenente ad una pericolosa organizzazione ad un terrorista voluto dai media, dai giudici e dai pentiti del tempo.

Per capire la vicenda, bisogna fare un ripasso della storia dell’Italia soffermandoci su quelli che sono meglio conosciuti come gli anni di piombo.

Per anni di piombo, in Italia, si intende un periodo storico generalmente compreso tra la fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni ottanta del XX secolo, in cui si verificò un’estremizzazione della dialettica politica che si tradusse in violenze di piazza, nell’attuazione della lotta armata e di atti di terrorismo.

Sia chiaro, non ho voglia di ammorbarvi con un testo impossibile da leggere per la sua lunghezza, vi faro un riassunto di ciò che io reputo sufficiente per capire la vicenda. Nel farlo farò uso di Citazioni che riconoscerete dalla formattazione corsiva in un grigio chiaro, prese tale e quali da Wikipedia per cercare di essere il più possibile super partes nella narrazione dei fatti del tempo.

Diciamo per brevità che negli anni 80 esistevano organizzazioni armate con sfondo politico sia a destra che a sinistra.

Qui potete trovare un’esaustiva lista su Wikipedia : https://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazioni_armate_di_estrema_destra_in_Italia

Allo stesso modo esistevano organizzazioni armate di estrema sinistrahttps://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazioni_armate_di_sinistra_in_Italia

Cesare Battisti apparteneva con un ruolo minore – come vedremo in seguito – e assolutamente non da leader ai Proletari Armati per il comunismo meglio noti come PAChttps://it.wikipedia.org/wiki/Proletari_armati_per_il_comunismo

Suoi dirigenti e capi erano Sebastiano Masala, Arrigo Cavallina, Luigi Lavazza, Pietro Mutti e Giuseppe Memeo ed i suoi membri erano per lo più di origine operaia.

Cesare Battisti, già in gioventù non era uno stinco di santo, infatti era già ben esperto nella piccola criminalità con furti e rapine. L’appartenenza ai PAC sicuramente ha enfatizzato un carattere già temerario mettendolo a suo agio in quelle operazioni di autofinanziamento al movimento fatte essenzialmente di rapine ai danni della borghesia, ovvero quella classe sociale che in quel tempo veniva associata al capitalismo (nemico indiscusso per le ideologie di sinistra e comuniste), nonchè in alcuni casi (e spesso non a torto) vicino alle ideologie politiche di destra più o meno esposte fino alle ideologie fasciste.

Ideologie a parte, – doverose nell’esposizione per far comprendere al lettore le dinamiche anche psicologiche di quei tempi – va detto che non sempre le rapine terminavano con dei semplici furti e la sottrazione del solo denaro ai malcapitati di turno. In alcuni casi, quest’ultimi infatti si ribellavano con violenza ingaggiando vere e proprie colluttazioni e persino sparatorie con i militanti dei PAC e delle altre associazioni eversive che a volte avevano la meglio, a volte la peggio.

Per ciò che concerne i PAC, desta particolare interesse la dinamica che vede per la prima volta coinvolto il gioielliere Pier Luigi Torregiani, che da semplicissimo cliente che stava pranzando in una pizzeria decise suo malgrado di fare “lo sceriffo della situazione”.

La sera del 22 gennaio 1979, dopo un’esposizione di gioielli presso una televisione privata, Torregiani subì un tentativo di rapina a opera di alcuni malviventi mentre stava cenando in una pizzeria, il ristorante Il Transatlantico, di via Marcello Malpighi insieme a familiari e amici.

Torregiani e uno dei suoi accompagnatori, anch’egli armato, reagirono al tentativo di rapina[5]: nacque una colluttazione[5] con una conseguente sparatoria che causò la morte di uno dei rapinatori, Orazio Daidone, 34 anni e di un avventore, Vincenzo Consoli, commerciante catanese[5], oltre che il ferimento di altre persone, tra le quali lo stesso Torregiani.[2][6] Un altro dei clienti rimase ferito. Secondo il figlio i colpi mortali che uccisero Daidone e Consoli non partirono dalla pistola del gioielliere.

 

Fu proprio a causa di questa decisione azzardata e mal ponderata che fu sancita la condanna a morte del gioielliere Torregiani da parte dei militanti dei PAC che non tollerarono una reazione del gioielliere di tale portata, reazione che ad oggi qualsiasi persona sana di mente valutando il bollettino di morti e feriti (persino clienti ignari del locale) valuterebbe spropositata e sicuramente rischiosa per l’incolumità di chiunque nei paraggi.

Fatto sta che che la cosa non finì di certo li, infatti da li a poco si sarebbe consumata una vendetta trasversale pianificata in ogni dettaglio :

Il 16 febbraio successivo, mentre stava aprendo il negozio insieme ai figli, fu vittima di un agguato da parte di un gruppo di fuoco costituito da tre componenti dei Proletari Armati per il Comunismo, Giuseppe Memeo, Gabriele Grimaldi (figlio di Laura Grimaldi) e Sebastiano Masala, intenzionati a vendicare la morte del rapinatore rimasto ucciso nel ristorante. Torregiani tentò una reazione ma fu colpito da Memeo non appena estrasse la sua pistola, dalla quale partì un proiettile che raggiunse il figlio quindicenne Alberto alla colonna vertebrale, rendendolo paraplegico[9]. Torregiani fu finito con un colpo alla testa da Grimaldi, dopodiché i tre terroristi si diedero alla fuga.

Il 5 marzo successivo il gruppo terrorista, con una telefonata anonima a un giornalista di Milano, indicò il luogo dove quest’ultimo avrebbe trovato un comunicato di rivendicazione del fatto nel quale, oltre a dichiararsi estranei al ferimento del figlio di Torregiani, per il quale espressero dispiacere, i terroristi dichiararono che l’azione era tesa a «conquistare l’egemonia politica sulla piccola malavita», altrimenti destinata a finire «…sotto l’egemonia della grande malavita storicamente intrallazzata con il potere del capitale».[10] Questo e il contemporaneo delitto Sabbadin vengono quindi firmati dai Nuclei Comunisti per la Guerriglia Proletaria tramite il volantino lasciato in una cabina telefonica di piazza Cavour a Milano[11]

Va doverosamente evidenziato come tra i tre componenti del commando punitivo non fosse in alcun modo presente Cesare Battisti, sebbene i mass media, la stampa, i giornali tutti hanno sempre accostato la vicenda del gioielliere a Cesare Battisti indicandolo in maniera diretta o indiretta come l’esecutore materiale dell’omicidio o appartenente al commando di fuoco.

Circostanza appurata in maniera inequivocabile in sede processuale che Cesare Battisti quel giorno non era presente nemmeno lontanamente.

Nemmeno a farlo apposta infatti, alla stessa ora dello stesso giorno Cesare Battisti lo si vedeva imputato all’uccisione del macellaio Lino Sabbadin che proprio come Torregiani “aveva sparato durante una rapina presso la sua macelleria”.

Prima dell’attentato nei suoi confronti, Lino Sabbadin nel corso di una rapina ai suoi danni aveva sparato a un rapinatore, uccidendolo. Il 16 febbraio 1979 si trovava nella macelleria di sua proprietà, a Santa Maria di Sala, nella provincia di Venezia, quando un commando di terroristi lo uccise per punirlo per aver reagito alla precedente rapina.

L’omicidio fu rivendicato dalla formazione terroristica di sinistra Proletari Armati per il Comunismo (PAC) in segno di solidarietà alla piccola malavita che «con le rapine porta avanti il bisogno di giusta riappropriazione del reddito e di rifiuto del lavoro»[2].

 

 

Le leggi speciali. Perchè il terrorismo doveva finire.

Con un clima di incertezza e di insicurezza derivato da continui attentati, rapine, rivendicazioni politiche, sia delle frange estremiste di sinistra che quelle di destra le coalizioni politiche tutte cercarono di trovare un’intesa per far fronte ad una situazione ormai incontrollabile che era fuggita di mano.

Si decise dunque di fare l’unica cosa che in quel momento sembrava giusta, senza calcolare tutti gli effetti collaterali e reazioni avverse in seguito.

I partiti di governo – la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Democratico Italiano, il Partito Repubblicano Italiano, il Partito Liberale Italiano e il Partito Socialista Italiano – rafforzati dal sostegno del Partito Comunista, trovarono l’intesa politica per elaborare una serie di leggi per far fronte alla situazione di crisi che il Paese stava vivendo.

In ragione dell’emergenza terrorismo, si producono alcuni significativi interventi legislativi, sottoposti anche al vaglio della Corte costituzionale[16], che rafforzano, tra l’altro, i poteri di intervento delle forze di polizia, ma sempre nel rispetto delle riserve di legge e di giurisdizione, previste dalla Costituzione.

  1. Significativa è l’approvazione della legge Reale (n. 152 del 22 maggio 1975), che introdusse una serie di misure repressive.
    La legge in questione suscitò molte polemiche e fu sottoposta a referendum, attuato l’11 giugno 1978, da cui emerse il favore da parte dell’opinione pubblica: il 76,46% votò per il mantenimento e il 23,54% per l’abrogazione[17].
  2. Nel 1978 seguirà l’istituzione di corpi speciali con finalità antiterrorismo: il GIS (Gruppo di intervento speciale) dei carabinieri, il NOCS (Nucleo operativo centrale di sicurezza) della polizia e, più avanti, i reparti SVATPI (Scorta Valori Anti Terrorismo Pronto Impiego, in seguito divenuti ATPI) della Guardia di Finanza.
  3. Nel 1980 verrà emanata la legge Cossiga (legge n. 15 del 6 febbraio), che prevede condanne sostanziali per chi venga giudicato colpevole di terrorismo ed estende ulteriormente i poteri della polizia. Tale legge, dopo che furono sollevati alcuni dubbi di costituzionalità[18], è stata considerata conforme a Costituzione dalla Corte costituzionale.
    Anche questo provvedimento fu sottoposto a referendum abrogativo, tenuto il 17 maggio 1981, da cui risultò invece il favore dell’opinione pubblica per questa legge: l’85,12% infatti votò per il mantenimento della legge e solo il 14,88% per l’abrogazione[19].

Detta in maniera molto diretta, queste leggi davano poteri illimitati alla polizia dell’epoca passando di fatto, da uno stato di diritto ad uno stato di polizia. 

Tra i suoi effetti noti ed immediati, la repressione con le percosse, l’estorsione di confessioni con la tortura, l’innalzamento delle pene spropositate che metteva chiunque militante di un organizzazione eversiva a rispondere dei reati dell’organizzazione stessa, sia che si fosse trattato dell’esecutore materiale di un omicidio, sia che di quelli che preparavano le cotolette per le organizzazioni o applaudivano le mani ai loro convegni.

I pentiti.

Vengono così chiamati quei detenuti per reati connessi ad associazioni armate che, in cambio di consistenti sconti di pena, rinnegano la loro esperienza e accettano di denunciare i compagni, contribuendo al loro arresto e allo smantellamento dell’organizzazione. Di fatto una figura del genere esisteva già alla fine degli anni ’70, ma entra stabilmente nell’ordinamento giuridico prima con la “legge Cossiga” 6.2.1980 n. 15, poi con la “legge sui pentiti” 29.5.1982 n. 304. Manifesta i pericoli insiti nel suo meccanismo sia prima che dopo questa data.

La logica della norma faceva sì che il “pentito” potesse contare su riduzioni di pena tanto più elevate quante più persone denunciava; per cui, esaurita la riserva delle informazioni in suo possesso, era spinto ad attingere alle presunzioni e alle voci raccolte qui e là. Per di più, la retroattività della legge incitava a delazioni indiscriminate anche a distanza di molti anni dai fatti, quando ormai erano impossibili riscontri materiali.

Il caso più clamoroso fu quello di Carlo Fioroni, che, minacciato di ergastolo per il sequestro a fini di riscatto di un amico, deceduto nel corso del rapimento, accusò di complicità Toni Negri, Oreste Scalzone e altre personalità dell’organizzazione Potere Operaio, sgravandosi della condanna. Ma anche altri pentiti, quali Marco Barbone (oggi collaboratore di quotidiani di destra), Antonio Savasta, Pietro Mutti, Michele Viscardi ecc. seguitarono per anni a spremere la memoria e a distillare nomi. Ogni denuncia era seguita da arresti, tanto che la detenzione diventò arma di pressione per ottenere ulteriori pentimenti. Purtroppo ciò destò scandalo solo in un secondo tempo, quando la logica del pentitismo, applicata al campo della criminalità comune, provocò il caso Tortora e altri meno noti.

Per intenderci meglio di cosa stiamo parlando, è bene citare a titolo di esempio il caso Tortora, ovvero di quel noto presentato televisivo, arrestato nel 1983, accusato, condannato e carcerato con una condanna a 10 anni, per un’equivoco di un pizzino trovato a casa di un Boss in cui era stato confuso il cognome Tortona con Tortora, ovvero una n con una r.

A seguito dell’imputazione del presentatore assolutamente estraneo a qualsiasi giro criminale o malavitoso, un’orda di pentiti che miravano a cantare ricamando falsità sul presentatore al fine di ottenere sconti di pena, portavano i giudici ad emettere una sentenza appunto di 10 anni di reclusione.

Se una serie di norme e leggi tritacarne come quelle approvate e consentite dalle leggi speciali potevano distruggere uno come Enzo Tortora che l’unica malavita e criminalità è quella che conosceva da spettatore dei telegiornali, figuriamoci quello che avrebbe potuto fare ad uno come Cesare Battisti che di fatto militava veramente nei PAC, era un rapinatore, non era uno stinco di santo ed era la strega perfetta in quel clima di caccia alle streghe.

A tal proposito, va ricordato che la prima condanna di Battisti a 12 anni viene data per Banda Armata e non per omicidio.

Da qui la scelta di rimediare alla prigionia evadendo dal carcere e diventando di fatto un rifugiato politico inizialmente in Messico e poi in Francia. Asilo politico assolutamente doveroso dato che di fatto con l’adozione delle leggi speciali, altamente lesive dei diritti civili e dell’equità di un processo, l’Italia terminava di essere stato, allo stesso modo di come ai giorni oggi non è stato un paese Arabo che condanna a morte una ragazza per adulterio o qualcuno per omosessualità.

Può sembrar stupido ai giorni d’oggi pensare che l’Italia in quegli anni potesse assumere tali sembianze agli occhi di altri stati, ma di fatto è quel che fu e proprio per ciò Battisti beneficiò della famosa Dottrina Mitterand.

 

La dottrina prende il nome del presidente socialista francese François Mitterrand e fu adottata dal consiglio dei ministri il 10 novembre 1982[1]: «La Francia valuterà la possibilità di non estradare cittadini di un Paese democratico autori di crimini inaccettabili», nel caso di richieste avanzate da Paesi «il cui sistema giudiziario non corrisponda all’idea che Parigi ha delle libertà»[2].

Il presidente francese si opponeva a certi aspetti della legislazione anti-terrorismo approvata in Italia negli anni 1970 e 1980, che ha creato lo status di “collaboratore di giustizia” (noto comunemente come pentito), simile al crown witness inglese o al Witness Protection Program negli Stati Uniti, in cui è consentito a persone accusate di crimini di diventare testimoni per lo Stato e, eventualmente, di ricevere una riduzione della pena e una protezione. La legislazione italiana prevedeva inoltre che, se un imputato fosse in grado di esercitare la sua difesa tramite i suoi avvocati, un processo tenutosi in contumacia non avrebbe avuto bisogno di essere ripetuto se questi fosse stato alla fine arrestato. La procedura italiana in contumacia è stata confermata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU).

La dottrina Mitterrand è stata de facto abrogata nel 2002, sotto il governo di Jean-Pierre Raffarin, quando Paolo Persichetti è stato estradato dalla Francia. Il Consiglio di Stato francese l’ha dichiarata priva di effetti giuridici nel 2003, concedendo l’estradizione di Cesare Battisti.

A seguito della sua latitanza prima in Messico poi in Francia con lo status di rifugiato politico, ecco qui che tutti i pentiti che dovevano lavarsi via uno o più ergastoli indicavano Cesare Battisti come esecutore dei vari crimini tra cui due omicidi oltre ai due già precedentemente citati, (in cui fu condannato per concorso materiale in un caso, morale nell’altro, secondo la legislazione d’emergenza degli anni di piombo).

Sia per l’omicidio Santoro secondo cui la versione ufficiale agli atti ,guardia giurata uccisa il 6 giugno 1978 in un agguato a Udine. Il delitto fu rivendicato dai Pac con una telefonata al quotidiano Messaggero Veneto. Secondo la sentenza, fu Battisti a sparare, con la complicità di Enrica Migliorati: i due si finsero una coppia di fidanzati.

Sia per l’omicidio Campagna, in cui Cesare Battisti viene indicato esecutore materiale dell’omicidio di Andre Campagna, agente della Digos ucciso il 19 aprile 1979 a Milano. Il delitto fu rivendicato dai Pac, che definirono Campagna un “torturatore di proletari”: l’agente della Digos aveva partecipato ai primi arresti successivi all’omicidio Torregiani.

Ad ogni modo le uniche “prove” furono le testimonianze di Mutti, fondatore dei PAC che doveva ad ogni modo cercare la salvezza processuale diventando pentito e collaborando.

Le sue dichiarazioni come quelle dei pentiti in generali sono sempre inesatte, paradossali, ed oltretutto, provengono da soggetti allettati dalla promessa di un alleggerimento della propria detenzione. La loro lettura congiunta, se mancano i riscontri, è effettuata dal magistrato che la sceglie tra varie possibili. Inoltre è comunque il pentito, cioè colui che ha incentivi maggiori, a essere determinante. Tutto ciò in altri paesi (non totalitari) sarebbe ammesso in fase istruttoria, e in fase dibattimentale per il confronto con l’accusato. Non sarebbe mai accettato con valore probatorio in fase di giudizio. In Italia sì.

E’ con questa triste conclusione, di come sulla base di false testimonianze di un pentito (e solo di esse) si possa aver creato un mostro con l’aspetto caprino da sacrificare sull’altare della verità quella con v minuscola.

I processi

Di cosa vogliamo parlare ? Processare in contumacia un uomo che si vede caricato di falsità senza valore in un paese civile, che vengono considerate prove schiaccianti in Italia ? Chi si sarebbe fatto processare con tali premesse e “prove” schiaccianti contro in un clima di caccia alla streghe ? Quanti di voi alle stesse condizioni se accusati ingiustamente non avrebbero preferito avere asilo politico da un paese libertario come la Francia che considerava l’Italia uno scempio dei diritti umani ?

Quanti di voi dopo un’evasione avrebbero avuto il coraggio di costituirsi, affrontare un processo e andare incontro a diversi ergastoli solo perchè un millantatore aveva da guadagnare sconti di pena incolpandovi ?

E la cosa è andata avanti nelle aule dei tribunali, è andata avanti con la consapevolezza del bastardo Mutti che diceva il falso, mentendo sapendo di mentire, questa valutazione emersa non semplicemente da un mio giudizio oggettivo sopraffatto da uno slancio di emotività ma emerge anche dal dibattimento che condusse a una sentenza di Cassazione del 1993.

Citiamo testualmente:

Questo pentito è uno specialista nei giochi di prestigio tra i suoi diversi complici, come quando introduce Battisti nella rapina di viale Fulvio Testi per salvare Falcone (…) o ancora Lavazza o Bergamin in luogo di Marco Masala in due rapine veronesi”.
Più sotto:
“Del resto, Pietro Mutti utilizza l’arma della menzogna anche a proprio favore, come quando nega di avere partecipato, con l’impiego di armi da fuoco, al ferimento di Rossanigo o all’omicidio Santoro; per il quale era d’altra parte stato denunciato dalla DIGOS di Milano e dai CC di Udine. Ecco perché le sue confessioni non possono essere considerate spontanee”.

Teniamo inoltre conto che Mutti, colpevole di omicidi e rapine, ha scontato solo otto anni di prigione. Un privilegio condiviso con l’uccisore di Walter Tobagi (anche quel caso, su cui permangono molti dubbi, fu istruito da Armando Spataro), con il pluri-omicida Michele Viscardi e con molti altri pentiti.

E’ andata avanti con sentenze che lo hanno condannato all’ergastolo, sentenze passate in giudicato che nessun tribunale italiano potrà mai rivedere riprocessare o “riaprire il processo” in quanto contumace. Un ergastolo senza alcuna prova se non la testimonianza di un pentito.

Ecco perchè tutti dovrebbero conoscere la storia di Battisti, per conoscere la storia d’Italia di quando smise di essere uno stato di diritto per diventare uno stato di polizia e la più grande bugia mai divulgata alle masse.

Internauta dal 1994, studente del corso di Laurea in Tecnologie Informatica in UNICAM, sono sviluppatore e sistemista Linux dal 2000. Fondatore di LEAD MAGNET S.r.l. e ManagedServer.it azienda di Hosting WordPress / WooCommerce ottimizzato e sistemistica Linux orientata alle performance. Vivo ad Arad in Romania dal 2018.

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