C’è qualcosa di meravigliosamente grottesco nel popolo che si indigna contro “i giudici”.
Li immagina come una casta chiusa, una congrega di toghe onnipotenti, una specie di sinedrio laico che decide della vita degli imputati sorseggiando caffè tra un latinismo e un brocardo. Il popolo, che naturalmente non ha letto una sentenza nemmeno per sbaglio, si sente però perfettamente titolato a giudicare chi giudica.
Poi arriva il true crime. Arriva Garlasco. Arriva Alberto Stasi. Arriva Andrea Sempio. Arrivano le trasmissioni televisive, i podcast, gli speciali, le nuove piste, le impronte, il DNA, i consulenti, le ricostruzioni, i plastici morali e quelli fisici. E subito parte la liturgia: “I giudici hanno sbagliato”, “la giustizia fa schifo”, “hanno condannato un innocente”, “bisogna mandarli tutti a casa”.
Benissimo. Sacrosanto discutere una sentenza. Sacrosanto denunciare un errore giudiziario, se c’è. Sacrosanto pretendere che una condanna sia fondata su prove solide.
Ma la domanda è un’altra, molto meno comoda:
il popolo bue sa davvero chi sono “i giudici” in una Corte d’Assise?
Perché forse qualcuno dovrebbe spiegare al tribunale permanente di Facebook che la Corte d’Assise non è composta solo da magistrati professionisti. È composta da due magistrati togati e sei giudici popolari, cioè sei cittadini chiamati a partecipare al giudizio nei processi per i reati più gravi. E non stanno lì come soprammobili democratici. Partecipano alla decisione. Votano. Incidono. Contano. Il Ministero della Giustizia spiega che i giudici popolari siedono accanto ai magistrati e concorrono alla formazione della sentenza; le corti d’appello ricordano che i due giudici togati e i sei popolari formano un collegio unico.
E qui la faccenda diventa comica. Anzi, tragica.
Perché il popolo che oggi urla contro “i giudici” forse non ha capito che, in Corte d’Assise, i giudici sono anche il popolo. Non il popolo idealizzato, quello nobile, maturo, illuminato, responsabile. No. Il popolo vero. Quello della fila alle poste. Quello del “l’ho visto in televisione”. Quello del “secondo me non la racconta giusta”. Quello del “ha la faccia da colpevole”. Quello che confonde un processo penale con una puntata di Quarto Grado.
I requisiti per diventare giudice popolare non sono esattamente quelli per dirigere il CERN. Per la Corte d’Assise servono cittadinanza italiana, godimento dei diritti civili e politici, buona condotta morale, età tra i 30 e i 65 anni e titolo di studio di scuola media di primo grado; per la Corte d’Assise d’Appello serve invece il diploma di scuola media superiore.
Tradotto: può finire a giudicare un omicidio anche l’imbianchino sotto casa, l’elettricista che ti ha rifatto il quadro, l’idraulico che ti ha montato il miscelatore, il lattaio, il barista, il muratore, il meccanico, la signora che fino al giorno prima litigava nel gruppo WhatsApp del condominio perché qualcuno ha lasciato aperto il portone.
Gente normalissima.
Gente qualunque.
Gente presa dagli elenchi, chiamata a sedersi in un’aula e a decidere se un essere umano debba perdere anni, decenni o tutta la vita dietro le sbarre.
E allora la domanda diventa inevitabile: questa gente ha davvero gli strumenti per capire cosa significhi “colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio”?
Non “secondo me”.
Non “mi pare”.
Non “ha uno sguardo strano”.
Non “non mi convince”.
Non “se fosse innocente avrebbe reagito diversamente”.
Non “lo hanno detto in TV”.
Non “la madre ha pianto troppo poco”.
Non “l’imputato sembrava freddo”.
Non “qualcosa sotto c’è”.
No. Oltre ogni ragionevole dubbio è un concetto enorme. È una soglia altissima. È il muro che separa uno Stato di diritto da una folla con le torce.
E noi siamo davvero sicuri che la folla con le torce, messa su una poltrona imbottita e chiamata “giuria popolare”, diventi improvvisamente Socrate?
Siamo sicuri che bastino una convocazione, una fascia istituzionale invisibile e qualche udienza per trasformare l’uomo della strada in un raffinato valutatore della prova scientifica?
Siamo sicuri che chi nella vita quotidiana non riesce a distinguere una notizia da una bufala, una correlazione da una causalità, un’opinione da un fatto, poi in aula sappia distinguere un indizio da una prova?
Io qualche dubbio ce l’ho. Anzi, più che un dubbio è un principio di prudenza antropologica.
Perché il popolo è meraviglioso quando va celebrato nei discorsi solenni. “Il popolo sovrano”, “la saggezza popolare”, “la partecipazione democratica”. Bellissimo. Fa sempre il suo effetto. Peccato che poi il popolo reale sia spesso un animale emotivo, permaloso, vendicativo, suggestionabile, manipolabile e terribilmente convinto di avere capito tutto dopo aver guardato venti minuti di servizio televisivo con la musica inquietante sotto.
Il popolo vuole una storia. Non un processo.
Vuole un colpevole. Non una verità processuale.
Vuole un finale. Non un ragionamento probatorio.
Vuole il mostro. Non l’imputato.
Vuole dormire tranquillo sapendo che qualcuno è stato punito, possibilmente in fretta, possibilmente con una faccia riconoscibile, possibilmente dopo essere stato masticato e sputato dalla macchina mediatica.
E quando la storia non torna, quando il dubbio resiste, quando la prova è fragile, quando la realtà è ambigua, il popolo si innervosisce. Perché il dubbio richiede intelligenza, pazienza, disciplina. Tre cose che non sempre abbondano nel grande tribunale della pancia nazionale.
Allora si inventa scorciatoie.
“Non può non essere stato lui.”
“Chi altri poteva essere?”
“Troppo tranquillo.”
“Troppo lucido.”
“Troppo freddo.”
“Troppo preparato.”
“Troppo silenzioso.”
“Troppo presente.”
“Troppo assente.”
“Il Biondino dagli occhi di ghiaccio.”
Il catalogo dell’idiozia giudiziaria popolare è infinito. Qualunque comportamento diventa prova di colpevolezza, se il sospetto è già stato deciso prima. Se piangi, reciti. Se non piangi, sei un mostro. Se parli, ti difendi troppo. Se stai zitto, hai qualcosa da nascondere. Se collabori, sei furbo. Se non collabori, sei colpevole.
Il processo, così, non è più un luogo di accertamento. Diventa una seduta spiritica collettiva in cui ognuno proietta sull’imputato la propria ignoranza, le proprie paure, le proprie frustrazioni e la propria voglia di punizione.
Poi, anni dopo, magari arriva una nuova indagine. Una traccia. Una perizia. Un nome diverso. Un possibile scenario alternativo. E allora tutti improvvisamente garantisti.
Tutti fini giuristi.
Tutti paladini del dubbio.
Tutti indignati per l’errore giudiziario.
Tutti a dire: “Non si può condannare senza prove certe”.
Ma dove stavano prima?
Dov’erano quando bastava un titolo di giornale per trasformare una persona in assassino?
Dov’erano quando la presunzione d’innocenza veniva trattata come un fastidio burocratico?
Dov’erano quando il diritto di difesa veniva liquidato come furbizia da avvocati?
Dov’erano quando il dubbio veniva scambiato per complicità?
Probabilmente erano lì, esattamente dove sono oggi: dalla parte della corrente emotiva del momento.
Perché il popolo non cambia idea per rigore intellettuale. Cambia idea quando cambia il vento.
Ecco la parte davvero oscena: la stessa massa che ieri avrebbe voluto vedere qualcuno marcire in galera oggi si indigna perché forse qualcuno è marcito in galera ingiustamente. Ma non vede la contraddizione. Non la può vedere. Per vederla servirebbe memoria morale, e la folla non ha memoria morale. Ha solo appetito.
Appetito di colpevoli.
Appetito di assoluzioni spettacolari.
Appetito di scandalo.
Appetito di sangue.
Appetito di riscatto.
Sempre appetito. Mai responsabilità.
Per questo la figura del giudice popolare è così interessante e così disturbante. Perché svela l’ipocrisia generale. Il popolo si lamenta dei giudici, ma quando viene chiamato a fare il giudice porta dentro l’aula tutto ciò che rende il popolo inadatto a giudicare: superficialità, impressionabilità, bisogno di appartenenza, paura di sbagliare contro la maggioranza, sudditanza verso l’autorità, fascinazione per la narrativa dominante.
Naturalmente nessuno lo dice, perché la retorica democratica impone di fingere che il cittadino comune, una volta seduto accanto a due magistrati, diventi automaticamente capace di sostenere il peso di una decisione tragica.
Ma è una favola.
Una favola comoda.
Una favola repubblicana.
Una favola che ci raccontiamo per credere che la giustizia sia davvero amministrata “in nome del popolo” e non, talvolta, anche nonostante il popolo.
Perché il problema non è che un imbianchino, un elettricista, un idraulico, un muratore, un lattaio o un barista non possano essere persone intelligenti. Certo che possono esserlo. A volte molto più intelligenti di certi laureati con la bava ideologica alla bocca.
Il problema è un altro: non basta essere persone perbene per essere adatti a giudicare un processo di omicidio.
Non basta pagare le tasse.
Non basta avere la fedina pulita.
Non basta aver superato la terza media.
Non basta “avere buon senso”, questa categoria magica dietro cui spesso si nasconde solo il pregiudizio con le scarpe lucidate.
Il buon senso è ottimo per scegliere il pane, parcheggiare l’auto, capire se un tubo perde o se una pizza è cruda. Ma quando si parla di prova scientifica, catena di custodia, attendibilità testimoniale, contraddittorio, motivazione della sentenza, inferenza logica, ragionevole dubbio e libertà personale, il buon senso da solo può diventare una clava.
Una clava democratica, certo.
Ma sempre clava resta.
E allora sì, ridiamoci pure sopra. Facciamo il teatrino del popolo indignato. Guardiamo l’ennesimo speciale su Garlasco. Ascoltiamo l’ennesimo esperto televisivo. Facciamo finta che il Paese abbia improvvisamente scoperto il garantismo perché un vecchio caso torna ad aprirsi sotto una nuova luce.
Ma almeno diciamola tutta.
Quando il popolo urla contro i giudici, spesso non sa nemmeno che in certi processi i giudici sono anche persone esattamente come lui. Persone comuni. Persone qualunque. Persone che magari fino al giorno prima non avevano mai aperto un codice penale e il giorno dopo siedono a decidere su un omicidio.
E forse il popolo dovrebbe avere meno arroganza nel giudicare chi giudica.
O, meglio ancora, dovrebbe avere più paura.
Paura della propria ignoranza.
Paura della propria emotività.
Paura della propria voglia di punire.
Paura della facilità con cui scambia una suggestione per certezza.
Paura della propria eterna inclinazione a scegliere il colpevole più comodo, il volto più spendibile, la trama più semplice.
Perché la verità, alla fine, è sempre quella. Antica, brutale, imbarazzante.
Quando c’è da scegliere tra il dubbio e la folla, la folla sceglie la folla.
Quando c’è da scegliere tra la giustizia e la vendetta, il popolo chiama la vendetta “giustizia”.
Quando c’è da scegliere tra la complessità e il capro espiatorio, il popolo mette la croce addosso al capro espiatorio e poi si sente pure moralmente migliore.
E quando c’è da scegliere tra Cristo e Barabba, il popolo fa quello che ha sempre fatto.
Il popolo assolve Barabba. E pretende pure l’applauso.
