Covid e opinioni. Essere o non essere medico, questo è il problema

Se uno è medico non significa che che sia autorevole nei suoi commenti sul virus.

Un ingegnere informatico non ti progetta la casa.

Un architetto di arredi, non disegna un ponte.

Uno chef di sushi non fa la carbonara.

Questa è la grande continua e ripetuta solfa che uno deve sentirsi dire e ripetere ogni volta. Se non sei un medico non devi parlare.

Il mondo contemporaneo invece è complesso, MOLTO COMPLESSO.

Se un medico, senza alcuna competenza su virologia o microbiologia, vi da dei consigli sul covid, chiedete anche al vostro elettricista per sicurezza.

O magari chiedete a chi tanti come me, medici non sono, ma con i numeri ci lavorano tutti i giorni.

È arrivato il momento di pretendere competenze prima che autorevolezza.

E qualsiasi virologo o influencer abbia toppato aprendo bocca per niente con previsioni rivelatesi false, deve essere messo al bando, perchè ha dimostrato di sbagliare e di farlo magari anche ripetutamente.

Se sei un broker finanziario e dai segnali di trading sbagliati, dopo qualche errore sei fuori, o almeno i clienti ti mandano a fare in culo sonoramente e seduta stante.

Se sei un esperto di calcio scommesse e dai pronostici sempre errati, dopo l’ennesimo errore di seguito, verrai preso a pesci in faccia perchè ti sei dimostrato inaffidabile ma soprattutto inattendibile.

Allo stesso modo si dovrebbe prendere le distanze da questi sedicenti medici che non fanno altro che sbagliare in continuazione.

Per me Galli è il nome di un ex portiere del Milan e Crisanti forse è una marca di isolanti per i mobili del cesso.

Non ricordo.

I vip sono in genere un cancro sociale, perché sintomo che misura la quantità di invidia della popolazione; quando i vip vengono dalla medicina senza aver scoperto particolari innovazioni, è solo il segnale che la nazione si è trasformata in un ospizio di ipocondriaci.

Leggo di gente che ha studiato psicologia (con tutto il bene che voglio a questa materia) negli anni ’70 e spiega al mondo come si muovono i flussi del virus, indignandosi perché come medici gli altri non ne possono sapere quanto loro.

Peccato che negli anni ’70 c’era il telefono a rotella e la colla coccoina, il DDT e il muro di Berlino.

Oggi chiunque ha accesso a gran parte dei paper scientifici e con una cultura scolastica decente, può sbugiardare il medico della mutua che ha voglia di farsi bello.

Cialtroni.

Dopo più di un anno di analisi e misurazioni vi do un consiglio, anche se non richiesto: gli analisti vedono molte più cose dei virologi nelle pandemie. I numeri, per quanto spesso male organizzati dalle unità sanitarie territoriali, ci sono. E se analisti e virologi invece che mettersi il fondotinta in prima serata collaborassero guardando i dati emergenti, oggi sapremmo sicuramente di più su quello che è accaduto e accadrà.

I medici esperti di big data, i ricercatori abituati a collaborare, a condividere il sapere con altre scienze, capaci di studiare le novità e le tecnologie senza fissarsi su bias antichi, sono i soli che hanno la mia piena fiducia.

Il fatto abbiano spesso mediamente meno di 40 anni è un plus.

Diamo spazio e voce ai giovani medici, ai giovani ricercatori, ai giovani scienziati, tra l’altro le generazioni che subiranno le conseguenze future delle scelte di questi anni, perché sento solo commenti di vecchie ciabatte in poltrona.

Dannose oltre che noiose.

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